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Loudness

Dominatori in patria, questi ploudnessiccoli, sbalorditivi rocker giapponesi nel resto del mondo seppero rivelarsi molto più che una curiosità. Per moltissimi, il Japan heavy metal saranno solo ed esclusivamente loro. E non a torto! Seppur lontani dal grande successo ottenuto nel corso dei ruggenti anni 80, i Loudness sono tuttora uno dei numi tutelari della scena heavy metal nipponica, e il recente revival del decennio storico della nostra musica li ha riportati, se non sulla cresta dell’onda, quantomeno al centro dell’interesse degli aficionados. L’ensemble, guidato ormai da quasi trent’anni (il prestigioso traguardo verrà tagliato nell’ormai prossimo 2011) dal funambolico chitarrista Akira Takasaki, è stato il primo, e forse davvero l’unico prodotto metallico generato nella terra del Sol Levante a elevarsi dal rango di semplice curiosità, dal flavour lievemente folkloristico, per raggiungere uno status di “big band”. Il gruppo è stato premiato dalle vendite e sempre rispettato dalla stampa di settore, status purtroppo mantenuto per un periodo troppo breve, prima di una repentina discesa negli inferi del dimenticatoio. Intorno alla metà degli eighties, i quattro ragazzi di Osaka hanno ripercorso, insieme a compagni di avventura quasi altrettanto validi ma sicuramente meno fortunati (Earthashaker, X-Ray, 44 Magnum) il sentiero tracciato qualche anno prima dai loudness singerBow Wow, riuscendo nell’impresa solamente sfiorata dagli illustri predecessori, quella di sfidare le band occidentali sul loro medesimo terreno, guadagnandosi, attraverso una tecnica sopraffina messa al servizio di un songwriting di gran classe, il plauso dei kid europei e nordamericani. Il Loudness-sound infatti, ha saputo miscelare diverse influenze, legate a tanta buona musica occidentale (il metal, certo, ma anche l’hard rock e il progressive), non meno che alla fiorente tradizione locale, adusa a melodie molto caratterizzanti e lontane dai cliché d’oltreoceano: “Noi siamo cresciuti ascoltando, allo stesso tempo, i Genesis e i Deep Purple, gli Yes e i Led Zeppelin, i Kiss e la Premiata Forneria Marconi – ebbe a riconoscere Akira nel corso degli anni d’oro – ecco perché la nostra musica, oggi, è quella che è”, un suono, appunto, inequivocabilmente metallico ma anche decisamente variegato, caleidoscopico. Una proposta personale, come si conviene ai gruppi di autentico spessore, dove tracce della grande scuola occidentale degli anni addietro, dai Rush agli Scorpions, possono essere identificate, ma mai al punto da poter invero paragonare stilisticamente un album dei Loudness a quello di un’altra band.

LAZY DAYS

Il primo, inconsapevolloudness guitare embrione di ciò che un giorno non lontano si trasformerà nella più grande heavy metal band giapponese di tutti i tempi, prende forma nei primi mesi del 1977, su iniziativa di alcuni dirigenti della RCA nipponica, che raggruppano alcuni giovani e promettenti musicisti in una nuova formazione, che assume l’identità di Lazy. Nel neonato quintetto confluiscono Takasaki, allora appena sedicenne, e il batterista Munetaka Higuchi, nativo di Hara (e dunque l’unico tra i quattro musicisti cardine della Loudness-story a non provenire da Osaka), di tre anni più grande. Akira, seppur giovanissimo, è già in possesso di un talento stupefacente: “Per me è stato difficile cominciare a suonare rock, perché ai miei tempi, se un ragazzo suonava la chitarra elettrica, era automaticamente considerato un delinquente. I miei insegnanti pensavano che io fossi un ribelle e il preside della scuola continuava a dirmi di smettere di suonare quello strumento diabolico. Fortunatamente, al di fuori dell’ambito scolastico le cose andavano un po’ meglio. I miei genitori, per esempio, sono stati molto comprensivi, e mi hanno lasciato fare ciò che volevo. Non ci sono segreti nel mio stile, solo una certa predisposizione e tanta buona volontà. Ho sempre adorato accendere il mio amplificatore ed esercitarmi per ore intere, anche sei al giorno, e questo per anni e anni. Mi ha aiutato molto anche l’estrema varietà dei miei ascolti, anzi, per quanto io ami suonare l’heavy metal, penso di aloudnessverne sempre ascoltato pochissimo, e questo credo si rifletta nel mio modo di suonare – racconterà Takasaki nel 1987 – Io non mi sento un grande tecnico, ma sono certo e orgoglioso di possedere uno stile personale e riconoscibile, che è quanto caratterizza i più grandi, da Hendrix a Van Halen. Pur prendendo il nome da una celebre canzone dei Deep Purple, da sempre un’autentica istituzione in Giappone, i Lazy suonano un power pop destinato alla hit parade, un progetto abilmente costruito a tavolino per conquistare il successo tra le giovani fan locali, senza neppure quel tocco di pruriginosa malizia che avrebbe caratterizzato le boy band occidentali o le star del j-pop qualche decennio più tardi. L’aspetto forse più imbarazzante è quello relativo ai nomignoli con cui i cinque giovanissimi strumentisti sono noti al grande pubblico: se il batterista è infatti identificato come Davy, meno fortunato risulta Akira, il cui poco invidiabile soprannome risulta essere… Suzy! Higuchi ricorda quei tempi: “Eravamo molto giovani e, col senno di poi, è facile pensare che siamo stati dei burattini nelle mani del manager e della casa discografica. Ci dicevano come dovevamo vestire, come dovevamo posare nelle foto-session, e persino cosa dovevamo dire nelle inloudnessterviste! Eravamo un gruppo di grande successo, ma non riuscimmo a godercelo appieno, perché la nostra vita era completamente pianificata, senza poter contare su un singolo momento che fosse completamente nostro. Ci hanno spremuto come limoni, ma sicuramente quell’esperienza ci è stata molto utile, visto che ci ha abituato alle forti pressioni con le quali deve imparare a convivere qualunque musicista professionista”. In realtà, ascoltando gli album dei Lazy con orecchio allenato, appare evidente una certa discrepanza stilistica, che vede alternarsi fra i solchi di lavori come ‘Dream A Dream’ o ‘Rock Diamond’ tracce di pop edulcorato e adolescenziale, sulla strada dei Bay City Rollers (o dei coevi Mabel, il primo progetto professionale di un giovanissimo Mike “White Lion” Tramp), dall’ingenuo afrore sixties, a un rock più robusto e quasi hard, grazie anche agli arrangiamenti di celebri hit angloamericani (sul primo, eponimo lavoro compaiono brani di Beatles e Rolling Stones, oltre al megaclassico degli Steppenwolf ‘Born To Be Wild’ e persino l’oscura, celestiale ballata degli UFO ‘Try Me’, primo segnale della grande ammirazione che il giovanissimo Takasaki nutre per Michael Schenker). All’approdo del nuovo decennio lo scenario comincia a mutare: grazie alla costante presenza di cover nei loro lavori, e per consentire al management di sfruttare la loro crescente popolarità, i Lazy pubblicano un album quasi ogni sei mesi, e il sesto full length, ‘Earth Ark’, pubblicato all’inizio del 1981, può definirsi a quasi tutti gli effetti un album di hard rock, nel quale la chitarra di Takasaki si fa largo non solamente attraverso brucianti, improvvisi assolo, ma anche per mezzo di composizioni originali decisamente più mature.loudness Ormai affrancatisi dal castrante ruolo di icona dei giovanissimi, i cinque musicisti sono finalmente liberi di farsi crescere i capelli e di indossare abiti più consoni al look di una vera rock band, risultando virtualmente irriconoscibili (seppur ancora non orbati di quei ridicoli nomignoli) nelle foto allegate a ‘Lazy Live’, il doppio disco dal vivo che segna l’epitaffio della loro breve ma intensa carriera. Quando l’album esce, i Lazy non esistono già più, e infatti il disco viene registrato il 18 Febbraio 1981, nel corso del loro ultimo concerto. Akira e Higuchi hanno già deciso di proseguire assieme, nel segno della comune passione per il rock duro, con l’obiettivo di sviluppare le idee già timidamente proposte su ‘Earth Ark’. Nascono così i Loudness, nome fortemente paradigmatico degli obiettivi sonori dei due musicisti.

FINALMENTE METAL!

Inizialmente sembra che anche un terzo ex Lazy (il bassista Hiroyuki Tanaka) debba far parte del progetto, salvo poi rinunciare per proseguire con i Neverland, band che agirà nel lucroso mloudnessercato delle colonne sonore dei cartoni animati. Takasaki non si perde d’animo e contatta un vecchio compagno di scuola, Masayoshi Yamashita, attivo nel circuito underground con i poco fortunati Zephyr, che, grazie alla sua tecnica straordinaria, conquista il posto vacante con irrisoria facilità. Più complicata si rivela la scelta del cantante, ma, dopo numerose audizioni, viene ingaggiato Minoru Niihara, con il quale si compie la proverbiale quadratura del cerchio. “Non soltanto non avevo mai sentito parlare dei Loudness – è la versione del singer – ma, per quanto mi riguardava, i Loudness non esistevano neppure! Fui contattato da un label manager per suonare su quello che all’epoca era stato provvisoriamente programmato come il solo album del chitarrista dei Lazy. Li conoscevo di fama… e non avevo nessuna stima per loro. Ero convinto che avrei dovuto suonare il basso, oltre che cantare, e, quando in sala prove mi resi conto che un bassista era già presente, mi innervosii alquanto. Quasi subito loro cominciarono a suonare. Restai ammutolito, mi attraversò il pensiero che fossi entrato nello studio sbagliato. Non volli toccareloudness il basso in pubblico per anni!”. Niihara era l’unico della band ad avere un certo pedigree in ambito hard’n’heavy, essendo stato il cantante/bassista degli Earthshaker: “Li formai nel 1975 assieme a Ishihara, il chitarrista, quando ancora frequentavamo il liceo, portando con me l’influenzadei grandi cantanti soul ai quali mi sono sempre ispirato, quali WilsonPickett e Otis Redding. Molti brani dei loro primi dischi sono stati concepiti durante la mia permanenza nella band, che durò per circa tre anni”. Sarebbe fin troppo facile, quest’oggi, ironizzare su queste influenze soul. Infatti, lo storico punto debole di pressoché tutte le band giapponesi sono sempre state le parti vocali, se non nel timbro vero e proprio, quantomeno nella modulazione della voce, che per tutti gli orientali avviene attraverso una tecnica che la fa risultare nasale e vagamente lamentosa. “Bisogna anche ricordare che per noi giapponesi pronunciare correttamente l’inglese è un’impresa alquanto improba – ribadisce il frontman Una volta il produttore mi ha costretto a soffermarmi su una semplice frase per ben tre giorni! Ecco perché per anni abbiamo privilegiato i testi in lingua madre”aggiungendovi qualche parola in inglese, sovente senz’alcun nesso logico, il che dava un’impronta irresistibilmente naïf alle parti vocali di quasi ogni album del metal nipponico anni 80! Forti di un contratto con la potente Nippon Columbia e di tracce già ideate dal chitarrista durante la sua permanenza nei Lazy, i Loudness entrano immediatamente in studio, e già nel Novembre 1981 ‘The Birthloudnessday Eve’ arriva nei negozi. “C’era un gran desiderio di rock duro nel pubblico giapponese, fino ad allora placato soltanto dagli infrequenti tour dei gruppi occidentali. Si avvertiva nell’aria il desiderio di potersi affezionare a un gruppo locale valido, col quale potersi in qualche modo identificare”, ricorda Akira. Senza essere supportato da alcun singolo, e senza neppure un brano radio-friendly, il disco ottiene un buon successo in patria, lanciando immediatamente il quartetto tra i principali protagonisti di una ipotetica NWOJHM. A colpire, ovviamente, è la grande abilità del chitarrista, ma è soprattutto dal vivo che i Loudness mietono da subito un successo considerevole, e in tal senso l’esperienza maturata con i Lazy si rivela sorprendentemente utile: “In Giappone, la maggior parte del pubblico che viene a vederci ci giudica da un punto di vista molto tecnico – osserva Yamashita I giapponesi sono dei severi osservatori, ed è difficile, se non impossibile, imbrogliarli, nascondere loro una serata poco ispirata”. Toccato dalla grazia, l’ispiratissimo chitarrista porta contemporaneamente avanti un duplice progetto, pubblicando nell’Aprile 1982 il solo album ‘Tusk Of Jaguar’ (nel quale appaiono in qualità di ospiti i Loudness al completo), dai contenuti a metà strada fra quelli della band madre e una sperimentazione quasi jazzistica, mentre, dopo appena tre mesi, a Luglio, è la volta di ‘Devil Soldier’, secondo capitolo della saga-Loudness. Prima che l’anno abbia termine, i tre strumentisti suonano come ospiti (accanto a Toshio Egawa dei Novela) sul debut album della cantante Honjoh Misako, sorta di pin-up locale con pruriti da rockeuse: ‘Messiah’s Blessing’, il prodotto in questione, consta per metà di cover (fra le quali spicca, accanto a brani di Cream, Slade e Rainbow, una sorprendente versione di ‘Warrior’ dei Riot!), e per l’altro 50% di tracce originali che Akira e soci scrivono per l’occasione, un paio delle quali, la title-track e ‘Climax’, non avrebbero affattoloudness sfigurato su un LP della band, mentre ‘Hell Is For Children’ regala un gustoso duetto fra la Misako e Niihara. Lo stacanovismo dei nostri non accenna a scemare, e il 1983 è appena cominciato quando vede la luce il terzo full length, ‘The Law Of Devil’s Land’; tanta prolificità non va assolutamente a discapito della qualità, anzi, la crescita dei Loudness pare davvero esponenziale in questo primo periodo, nel corso del quale ogni album risulta un passo in avanti rispetto al precedente, il tutto senza perdere un’oncia del groove molto tecnico e progressivo, ma al contempo incredibilmente catchy, del loro metal. Le composizioni palesano con evidenza l’antico retaggio della tradizione sonora nipponica, anche se Akira non sembra, a precisa domanda, trovarsi troppo d’accordo: L’unica influenza musicale giapponese si può reperire, forse, nei miei assoli. Personalmente non nego di essere stato influenzato dalle melodie del mio Paese, ma ciò accade più che altro a un livello inconscio, e dunque non credo si possa notare specificatamente nella musica che suoniamo”. A Maggio è tempo anche per il potentissimo batterista di pubblicare un solo album e, non senza sorpresa, ‘Destruction’ si rivela vincitore nell’inevitabile paragone con il disco di Takasaki, visto che l’Higuchi Project Team (nel quale spiccano Kioji Yamamoto dei Bow Wow alla chitarra e il cantante dei Mariner, JJ Patterson) regala un eccellente vinile che fonde mirabilmente hard, pomp e metal, con l’ineguagliabile power ballad ‘Runaway From Yesterday’ in evidenza. Nei ritagli di tempo, il side-project di Higuchi accompagnerà un’altra cantante, Mari Hamada, nella pubblicazione dei primi due album solisti.

WHEN EAST MEETS WESTloudness

In primavera i Loudness, ormai autentiche superstar a casa propria, decidono di affrontare l’obbligatoria mossa del tour americano, nel tentativo di guadagnare proseliti al di là del Pacifico. Purtroppo i risultati non sono quelli sperati, sia per la scarsa reperibilità del materiale della band (che giunge solo d’importazione, rivelandosi quindi raro e costoso, consueta piaga che affligge quasi tutti i musicisti giapponesi e i loro potenziali fruitori) che per uno stile decisamente troppo ostico per un mercato ancora acerbo e poco ricettivo (ricordate? È il 1983, il famoso “anno zero”…). È ancora Yamashita a valutare acutamente la situazione: “In America i ragazzi possono comprare bevande alcoliche agli spettacoli e vanno ai concerti più che altro per divertirsi e stare in compagnia. Mi sembra che i nostri fan giapponesi capiscano il nostro stile e la nostra musica meglio degli altri, il nostro obiettivo è quindi quello di portare i nostri fan nel resto del mondo a quel medesimo livello”. Decisamente migliore l’accoglienza che la band riceve in Europa, dove il pubblico si rivela assolutamente entusiasta, favorito anche dalla recente pubblicazione nel vecchio continente, a cura della piccola Megaton e dell’influente Roadrunner di Cees Wessels, dell’opera omnia del quartetto, compreso il solo effort del chitarrista. Una volta rientrati a casa, i Loudness si dedicano ancora al remunerativo supporto della raccomandatissima Honjoh Misako, scrivendo ed eseguendo in totale souplesse il comeback della poco talentuosa cantante, ‘13th’, mentre l’ennesimo sold out alla Nakano Sun Plaza di Tokyo in Settembre viene immortalato nell’eccellente doppio album dal vivo ‘Live Loud Alive’. Nel frattempo Niihara e compagni sono tornati a Londra, dove registrano il loro nuovo album, per la prima volta licenziato contemporaneamente in Giappone e in Eurloudnessopa. ‘Disillusion’, pubblicato in occidente dall’attivissima Music For Nations, è l’ennesimo colpo portato a segno dalla macchina da guerra nipponica, un disco che ottiene un grande successo a livello underground, pur se certo ancora non comparabile a quello di cui la band gode nella madrepatria. Curiosamente, del disco (al solito cantato quasi per intero in lingua madre) è pubblicata una “english version”, con tanto di copertina differente, destinata però soltanto, con mossa francamente incomprensibile, al mercato giapponese! L’album è comunque tra i migliori del 1984, e il potenziale dell’act di Osaka non sfugge agli occhi attenti delle major. La più lesta è la Atlantic, che mette sotto contratto la band, la invita a Los Angeles e gli affida un produttore coi controfiocchi, quel Max Norman che è stato l’architetto sonoro co-artefice del grande successo, tra i mille altri, di Ozzy Osbourne.

ARRIVANO I DOLLARI!

I Loudness, senza mai trasferirsi definitivamente, cominciano allora a trascorrere diversi mesi all’anno negli Stati Uniti; il grande successo li elude, ma Akira e i suoi restano per alcune stagioni una band stimata e conosciuta in tutto il globo. Naturalmente la produzione di Norman leviga il sound del combo asiatico, senza però farlo scivolare nella bieca commercialità, un giusto equilibrio che premia il nuovo lavoro, ‘Thunder In The East’, con un dignitoso e remunerativo numero 74 nelle classifiche di Billboard, grazie anche alla spinta propulsiva del singolo ‘Crazy Nights’. Higuchi al proposito parla chiaro: “Abbiamo dovuto cominciare a pensare più concretamente a come poter essere passati in radio, e abbiamo capito che le probabilità sono minime se si è troppo progressivi e non commerciali abbastanza. Nei nostri album americani, per esempio, abbiamo semplificato le mie parti di percussioni. A me però non piacciono le cose troppo semplici, così siamo riusciti a mantenere un buon equilibrio”. Insomma, la solita vecchia storia, anche se va dato merito ai Loudness di non essersi mai completamente snaturati né tantomeno “venduti”. Per molti, anzi, ‘Thunder…’ resterà lo zenit compositivo nel loudnessgruppo, a mio parere invece toccato nei due episodi precedenti. Norman è ancora in consolle per il successivo ‘Lightning Strikes’, pubblicato in Giappone con titolo (‘Shadows Of War’) e copertina differenti. Questa volta viene raggiunta la 64ma posizione delle chart, il che mantiene il gruppo in una sorta di limbo, non fallimentari, ma neppure quei big sellers che l’Atlantic attendeva con ansia, nell’illusione di comparare il grande successo di proposizioni dallo stile completamente diverso come i Mötley Crüe (che i Loudness accompagnano in un lungo tour americano) o i Ratt. In un’epoca di stravizi ed eccessi, è ammirevole la professionalità dei quattro giapponesi, che si tengono lontani da ogni genere di cliché negativo: Non vogliamo dire di essere dei santi – ammise in quel periodo Higuchi – beviamo e qualche volta ci ubriachiamo pure, ma non diventiamo degli scalmanati e non distruggiamo le camere d’albergo, come una volta faceva Rod Stewart. Forse lo potremmo fare se fossimo abbastanza ricchi, ma per ora non ce lo possiamo permettere!”, mentre, interrogato a proposito del pruriginoso argomento groupies, il candido Yamashita rivela che “abbiamo molta paura dell’Aids. I rischi sono altissimi, e poi non ci piace toccare le donne degli altri”. A questo punto non desta sorpresa la posizione di Higuchi riguardo un altro tipo di vizio: “In Giappone la droga è completamente tabù. Noi non ne facciamo assolutamente uso, così come la stragrande maggioranza dei gruppi nipponici. I pochi che si drogano lo fanno segretamente, perché le pene sono severissime e, se vengono scoperti, finiscono direttamente in galeloudnessra… e il gruppo può andare a farsi benedire”. È dunque evidente che i testi di Niihara, adesso rigorosamente in inglese, siano imperniati su altri argomenti: “A noi non interessa parlare di morte, droghe, birra e donne è il sempre più spirituale bassista a esprimersi – Noi vogliamo concentrarci su ciò che regala sogni alla gente, come il futuro dell’umanità o qualsiasi altra cosa positiva. In più, ovviamente, ci piace cantare canzoni d’amore”. Di quel periodo si ricorda solo un aneddoto in puro Spinal Tap-style, raccontatoci dal cantante: “Dopo un concerto in Texas mi ritrovai oltre il confine messicano per fare un po’ di baldoria. Tequila, donnine, insomma, quella roba lì... Purtroppo non avevo con me i documenti, e così la polizia di frontiera non volle farmi tornare negli USA, credevano che fossi un peon messicano che cercava di espatriare alla ricerca di lavoro. Fui messo in cella e mi fu concessa una sola telefonata, nell’albergo dove mi aspettava il resto della band. Per fortuna venne a ripescarmi il tour manager, ma intanto perdemmo il concerto successivo!”.

RITORNO A ORIENTE

I Loudness sono abili a condurre una sorta di carriera parallela, da un lato omaggiando il Giappone con una pletora di uscite destinate unicamente al mercato locale (fra cui spiccano l’EP ‘Gotta Fight’ o il monumentale doppio dal vivo ‘8186 Live’), dall’altro continuando a cercare il grande successo a stelle e strisce, senza snaturarsi troppo. In realtà il successivo ‘Hurricane Eyes’ è arricchito dalle tastiere di Greg Giuffria, ma evidenzia in negativo la prestazione di Niihara, non all’altezza degli standard occidentali, cui si cerca di porre rimedio con una batteria di backing singer di alto livello, composta da David Glenn Eisley (Giuffria), Steve Johnstad (Mayday) e Todd Howarth (Frehley’s Comet). Il produttore scelto per la nuova opera, il celebre Eddie Kramer, leviga ulteriormente il glorioso Loudness sound, allontanandolo dai fasti sonori d’inizio carriera. Nonostante l’entusiasmo di Takasaki (“Una delle cose che ci piace del rock’n’roll è che possiamo sprigionare tutta l’energia che vogliamo senza doverci sentire imbarazzati. ‘Hurricane Eyes’ è un disco molto più sfrenato dei precedenti. Magari più semplice, ma più mozionante”) l’album non vende, e l’Atlantic, pur desiderando ancora puntare sulla band, spinge per eliminare il singer. Akira prende tempo, e il gruppo pubblica, solo per il mercato giapponese, il mini ‘Jealousy’, ancora con Niihara, composto esclusivamente da tracce inedite in occidente. Ma la decisione, da tempo nell’aria, è solamente rimandata: con l’avvento del 1989, il cantante viene a malincuore licenziato (anche se apparirà ancora come special guest per le sole date giapponesi); in sua vece è ingaggiato l’americano Mike Vescera, che aveva già realizzato tre dischi con gli ottimi Obsession. La label accusa Niihara di essere un frontman fin troppo timido e ben poco carismatico, anche a causa dei soliti problemi di lingua, mentre i tre strumentisti sono, come da tradizione, più impegnati a riprodurre una performance impeccabile che non a fare “colore” sul palco. Il debutto di Vescera avviene su ‘Soldier Of Fortune’, album ancora una volta di ottimo livello, che però non rilancia il gruppo a livello di vendite, testimoniando che ormai la breve età dell’oro (occidentale) per i Loudness volge al termine. Il successivo ‘On The Prowl’ (1991), pubblicato per la WEA, si compone quasi per intero di classici della band loudnessrisuonati e arricchiti dalla convincente prestazione del nuovo singer, ma la situazione, invece di migliorare, precipita. Il gruppo infatti perde colpi anche nel natio Giappone, dove lo zoccolo duro dei fan non perdona la scelta del licenziamento di Niihara, imputando ai Loudness di essersi ormai dedicati anima e corpo al mercato occidentale. Nel corso del tour americano Vescera, intuendo che la barca sta affondando, è lesto ad accettare un’offerta di Yngwie Malmsteen ed è sostituito da Masaki Yamada dei Flatbacker/EZO. Di lì a poco abbandonano anche Yamashita e Higuchi, sostituiti da Yasushi Sawada, ex Dementia (presente solo sull’album ‘Loudness’ del 1992) e poi dall’ex Anthem Naoto Shibata e da Hirotsugu Homma, alla batteria, anche lui già con i Flatbacker/EZO. Il gruppo, ormai arroccato attorno al solo Takasaki, si ritira in patria, per godere, di fronte al pubblico amico, di un dignitoso viale del tramonto, presto abbandonato dal supporto delle major (a partire dal 1992 le nuove uscite sono pubblicate solamente in Giappone), ma purtroppo anche dall’autentica ispirazione. È triste dover far cenno alla carriera anni 90 dei Loudness: Akira sembra dimenticare di essere stato uno dei più grandi chitarristi del decennio precedente, inseguendo effimera gloria nella ricerca di un sound modernista, un osceno calderone che miscela grunge, nu-metal, Godflesh e Pantera, per un risultato finale, attraveloudnessrso orribili lavori come ‘Dragon’ o ‘Ghetto Machine’, fra i sette album incisi nei 90, che non soltanto offende i fan della prima ora, ma insulta la memoria di ciò che erano stati i veri Loudness; Niihara, dopo una parentesi a New York, in cui si ricicla come cantante di formazioni punk, tenta il rilancio con Ded Chaplin, Sly (assieme a Higuchi) e X.Y.Z.->A, con cui pubblica un discreto numero di album. Nel 2001 i veri Loudness si rimettono assieme e pubblicano ‘Spiritual Canoe’, che, senza far gridare al miracolo, ripristina quantomeno le gloriose sonorità di un tempo, permettendo loro di riprendere il cammino nel nuovo millennio con album successivi come ‘Pandemonium’ (’01), ‘Biosphere’ (’02), ‘Terror Hakuri’ (’04), ‘Racing’ (’04), ‘Breaking The Taboo’ (’05), spesso intervallati da live e, come ormai oggi il mercato giapponese pretende, DVD che testimoniano i vari tour. Nel 2008, subito dopo l’uscita dell’album ‘Metal Mad’, viene diagnosticato un cancro a Munetaka Higuchi, e il successivo 30 Novembre, non ancora cinquantenne, il batterista perde la sua battaglia. La band lo ricorda sia con un album postumo, ‘The Everlasting’ (’09) che con un monumentale tributo alla Shibuya CC Lemon Hall di Tokyo, catturato sul DVD ‘Forever Our Hero’. Con il nuovo drummer, Masayuki Suzuki (ex Negarobo, Galate e RDX) i Loudness proseguono a tutt’oggi la loro attività e, alle soglie dei trent’anni di carriera, si ripropongono con una certa costanza sui palchi europei, con un repertorio doverosamente imperniato sugli immortali classici della Decade d’Oro. Lasciamo allora che sia Minoru Nloudnessiihara a suggellare degnamente il nostro racconto, attraverso le parole di una recente intervista: Non serbo rancore ad Akira e agli altri per le circostanze che portarono al mio allontanamento: i Loudness sono stati l’assoluta priorità per ognuno di noi, ed ogni nostro SINGOLO sforzo ha avuto come fine il successo della band. In quel periodo, i ragazzi furono convinti dal management che, assoldando un cantante americano, il successo sarebbe arrivato di certo. Non me la sento di condannarli per questa scelta, anche se il tempo ha dimostrato che non fu la mossa migliore per il proseguimento della carriera. Quando mi hanno ricontattato, nel 2000, è stato subito chiaro che questa era l’unica possibile incarnazione dei Loudness. La scintilla è scoccata immediatamente, come se non ci fossimo mai separati. Adesso Munetaka non c’è più, ma il suo ricordo è sempre con noi. Finchè ci sarà in qualche parte del mondo un pubblico per la nostra musica, noi saremo lì, su quel palco, per loro”. Forse questa leggenda nipponica ha superato il suo momento di massimo splendore, ma il viale del tramonto per fortuna è ancora lontano.

Articolo tratto dalla rivista Classix Metal N. 9 di Ottobre 2010, pubblicato da Coniglio Editore.classix metal
A cura di: MICHELE MARRONE
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Tutte le recensioni nella nostra “Enciclopedia del J-Rock e J-Pop” scritte in colore viola sono state gentilmente messe a disposizione dalla Coniglio Editore, e sono frutto del lavoro degli autori sopra menzionati.